Violenza
sulle donne. Il femminicidio
Da qualche
tempo, e a ragione, il tema è diventato oggetto di fatti gravi e indegni di una
società civile.
La "violenza",
verso qualsiasi essere umano, è un crimine che, oltre che condannato a parole e
con la solidarietà verso coloro che ne sono vittime, deve essere analizzato con
più efficacia partendo dalle sue radici.
Violenza
chiama violenza, in ogni caso portata a livelli che oltrepassano la normale
discussione per degenerare nella follia.
Ma come il
seme di questa violenza nasce e si irrobustisce sino ad arrivare al gesto
criminale ?
Specificatamente
la violenza sulla donna appare come l'ultima chance dell'uomo che ha ritenuto di
aver perso quel "potere" che culturalmente ha sempre considerato di
possedere e che si richiama, anche ritualmente, nella formula conclusiva del
matrimonio, che sia celebrato con riti religiosi o laici, e che si rifà alla
cultura ebraica:
"Efesini 5:22-24
(NR): Mogli, siate sottomesse ai vostri mariti, come al Signore; il marito
infatti è capo della moglie, come anche Cristo è capo della chiesa, lui, che è
il Salvatore del corpo. Ora come la chiesa
è sottomessa a Cristo, così anche le mogli devono essere
sottomesse ai loro mariti in ogni cosa."
Per
contro, con l'emancipazione femminile e con il riconoscimento di uguaglianza nei
diritti, la "sudditanza" psicologica, oltre che illegittima, i
rapporti uomo / donna, marito / moglie, compagno / compagna, si sono mutati in "paritari".
Ne
consegue che dal lato femminile si è fatta larga l'aspirazione all'auto
gestione e indipendenza, mentre da quello maschile è svanito l'atavico
convincimento di possesso .
L'equilibrio
tra le due mentalità dovrebbe insistere nel dialogo e nella comprensione reciproca
ma quando il punto accettabile non viene raggiunto pacificamente è in agguato
il superamento di ogni regola di convivenza: il ricorso alla violenza.
Generalmente
tale forma ha la connotazione di "violenza verbale" che può
esasperare oltre ogni limite chi la subisce e, successivamente, anche tale
violenza può tramutarsi in aggressione fisica, vera e propria.
Non
è difficile comprendere, conseguentemente, come, il quest'ultimo caso, sia il
sesso fisicamente e anatomicamente più debole a subirla.
E'
una spirale da cui si esce solo con la forza di volontà d'interromperla prima
che degeneri e non sempre viene adottata da entrambi i contendenti.
Senza
essere tacciato di maschilismo, ritengo che generalmente la causa debba essere ricercata proprio nell'insistenza
con cui la donna perora la sua causa/opinione durante la discussione senza valutare
l'opportunità di rinviare ad altri momenti la conclusione e le eventuali
decisioni.
La
mia non è certamente una giustificazione per chi trascende, arrivando ad atti
inconsulti e criminali, ma è pur sempre un tentativo di analisi e di comprensione
della causa che determina l'effetto.
E'
un argomento che si presta a facili o semplicistiche forme rituali di
solidarietà e di partecipazione emotiva ma che non vedo o leggo trattato con approfondimento
sociologico e psicologico.
Pubblicato il 25 novembre 2016
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A pelo di segugio
Sarà
impossibile avere la controprova ma ritengo che la consultazione per le
modifiche referendarie del prossimo quattro dicembre sarà all'insegna del
"voto a pelo di segugio".
In questi
mesi ambedue le fazioni che si contrappongono, favorevoli o contrarie alle
modifiche, hanno espresso più volte la volontà di chiarire, nei contenuti, i
termini della questione.
Ambedue le
fazioni, di fatto, hanno solo sfiorato il merito, insistendo prevalentemente
sulle eventuali future conseguenze inerenti il verdetto della consultazione.
In effetti
spiegare il termini semplici e comprensibili a un elettorato distratto da
altri problemi diuturni, ben più cogenti e gravi, sarebbe stata un'impresa
ardua e, mi scusino gli amici lettori, di complicata intelligente comprensione.
Le Modifiche
poste in discussione sono state, argutamente per coloro che le hanno proposte,
assiemate in un "unicum", tra commi, articoli, riferimenti ecc.,
ecc., che anche per un costituzionalista diventa arduo districarsi con chiarezza.
In buona
sostanza, come pare evidente allo stato dell'arte, il SI o il NO verrà confermato sulla scheda in base a ben altre
convinzioni tra le quali, in massima parte, la simpatia o meno
(eufemisticamente parlando) nei confronti del Capo del Governo, Matteo Renzi.
Questo il
motivo che ritengo il risultato aperto ad ogni tipo di conclusione.
Di fatto,
osservando gli schieramenti politici, il totale di coloro che teoricamente
sarebbero contrari a questo Governo, e al Capo della coalizione, sono la
maggioranza dell'elettorato.
Teoricamente,
ma un gran peso sul risultato sarà da attribuire all'astensionismo e, in questo
settore, i più distratti (o i meno incentivati) pare siano i sostenitori
"teorici" del NO.
Basteranno
le recenti regalie governative pre -
elettorali a far pesare la bilancia dalla parte dei cosiddetti
"Riformisti", come si definiscono i sostenitori del SI ?
Sarà un voto
a pelo di segugio, o meglio "di pancia".
Pubblicato il 20 ottobre 2016
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Applausi e fischi
Come in ogni
rappresentazione la platea ha applaudito e il loggione ha fischiato.
La scomparsa di Dario Fo non ha mutato il copione.
Anche la televisione di Stato, che per tanti anni lo ha esiliato, si è distinta nel commemorarlo e tributargli meriti mai riconosciuti in passato.
Forse la
replica l'avremo ancora per qualche giorno, come tutte le repliche che si
rispettino, poi anche il grande istrione e maestro del "grammelot"
finirà nel grande archivio della memoria.
Nei social si sprecano i ricordi di coloro che l'hanno ascoltato in qualche teatro di periferia (quasi di contrabbando) arrogandosi il merito di averlo fatto prima di altri.
Debolezze
umane.
La recente conversione ai pentastellati ha scomodato persino i dirigenti del Movimento, sempre cauti nel confondersi con i "rituali del sistema".
Umanamente.
l'unico tributo che si possa fare ad una persona che scompare è "Riposa in
Pace", tributo che unisce applausi e fischi.
Gallicus
Pubblicato
il 13 ottobre 2016-----------------------------------------------------------------------------------------------------------
I
"temi" del momento.
Basta un
titolo di un quotidiano o una trasmissione televisiva per invadere i Social da
commenti e interpretazioni.
Le più
disparate e viscerali.
Il tema, e
la relativa discussione, generalmente dura l'espace d'un matin.
Con il
Referendum, al contrario, accade l'opposto. Si é iniziato a discutere sin dalla
primavera, grazie alle famose prese di posizione poi smentite del Presidente
del Consiglio, si é continuato in estate, intervallando le "prove
costume" e le immagini di gite fuori porta, ed è ripresa in questo
periodo.
Rinfocolata
dalla conversione a U del giovin fiorentino (ora non si dimetterà più in caso
di sconfitta, il Governo arriverà alla scadenza naturale, la legge elettorale
si può modificare), prende banco l'intromissione, forse richiesta,
dell'Ambasciatore Americano e le amenità dei pentastellati, con i dovuti errori
sintattici e cognitivi da terza elementare
Ma ciò che risulta evidente è il fatto
che si continui a sfuggire al
"merito", alla sostanza di una modifica che, approvata o meno,
cambierà il sistema di Governo e la sua relativa "democraticità" in
futuro.
La nostra
Carta Costituzionale, tuttora vigente, aveva ed ha tuttora, un significato
preciso, voluto dai Padri Costituenti, ponderato, discusso e approvato con
cognizione di causa da coloro che avevano come primo obiettivo la costruzione
di un Paese democratico, con Istituzioni che bilanciassero il
"potere" al fine di evitare il riprodursi di situazioni quali quella
che permise l'instaurazione di una minoranza come dittatura.
Lungi da me
voler paragonare le modifiche costituzionali ad una riproposizione delle basi
che facilitarono le mire mussoliniane, tuttavia mi pare che le tendenze
"cesariste" siano dietro la porta e non tanto nascoste.
Ma ovviamente
questa è la mia convinzione.
Eppure non
ho trovato molte discussioni che si esprimano nel merito di tali
considerazioni. La maggior parte di coloro che si definiscono
"democratici", si schierano a "pancia" oppure per non
avallare l'interpretazione di essere allineati (e considerati funzionali) con
le opposizioni di destra e di sinistra.
Tutti
affermano di aver attentamente letto e valutato le modifiche proposte dal
Governo, nessuno spiega perché si sono convinti in un senso o nell'altro.
Credo sia insufficiente
tifare per i Comitati del "SI" o del "NO" se ciò significa
solo schierarsi ideologicamente.
Forse
varrebbe la pena di ragionare con il proprio cervello e cercare di spiegare le
motivazioni che li inducono ad approvarle o disapprovarle. Sarebbe un bel segno
di maturità democratica.
Gallicus
Pubblicato
il 14 settembre 2016
-----------------------------------------------------------------------------------------------------------Il "traino" mancato
Generalmente
nelle elezioni amministrative i Partiti al Governo fanno da traino nelle scelte
elettorali per le elezioni amministrative che si tengono durante il loro
mandato quinquennale
Questa
volta non è accaduto.
Il PD,
il principale azionista del governo Renzi, ha pagato uno scotto che è
impossibile minimizzare, mentre i suoi
attuali alleati, inseriti in liste alternative se non ben identificabili
in quelle di centro destra, non hanno subito evidenti emorragie.
L'unico
Comune in qui ciò non è accaduto è stato Cagliari, dove il candidato sindaco,
affidandosi ad una coalizione di centro sinistra, ha ottenuto la fiducia e la
riconferma.
Al
contrario di Milano che ha visto la coalizione vincitrice con Pisapia cinque
anni orsono, sfaldarsi miseramente e, conseguentemente, perdere una buona parte
di quei voti che avrebbero potuto significare la vittoria la primo turno.
Le
cause sono molteplici ma almeno due sono da attribuirsi alla responsabilità
diretta di Renzi e alla sua politica spregiudicata di questi ultimi due anni.
La
prima in assoluto è stata quella di attribuirsi il doppio incarico: Segretario
del PD - Presidente del Consiglio dei Ministri.
La
doppia funzione, oltre che renderlo inefficace e "assente" nelle
scelte politiche di Partito, ha determinato all'interno dei Democratici una
fronda, e in alcuni casi una vera scissione, tra le new entry renziane e il
vecchio établissement politico e parlamentare risalente all'era bersaniana.
La
famigerata "rottamazione", in fin dei conti, ha solo rivoluzionato la
parte verticistica e dirigenziale del partito, peraltro sostituita con
personaggi dotati quasi esclusivamente di accondiscendenza, per non dire
servilismo, nei confronti del "conducator".
In
buona sostanza i Democratici, dal punto di vista progettuale e programmatico sono
stai identificati, dall'opinione pubblica, come un appendice del Governo e non
come uno dei suoi principali azionisti di riferimento. Ne deriva che i scarsi
risultati ottenuti sinora da Renzi in campo governativo sono stati tutti
riversati sul Partito da cui proviene.
La
seconda, e non secondaria, causa è stata la personalizzazione delle modifiche
costituzionali, voluta espressamente da Renzi, che ha coalizzato,
indipendentemente dai contenuti della Riforma stessa, le opposizioni e le
"fronde" più o meno nascoste dei dissidenti Democratici. E tale
coalizione, sia pure per motivi diversi, ha un suo fondamento politico.
Anticipando
la Riforma elettorale in senso maggioritario ha di fatto avvalorato la tesi
che, nelle intenzioni non troppo nascoste di Renzi, ci sia una propensione per
un "Governo cesarista".
Con
tale prospettiva va letta anche la "liquidazione" del centro - sinistra
e l'auspicata nascita del "Partito della Nazione".
Un
coacervo di cause che possono dare, sia pure con un minimo di semplificazione,
la visione di un prossimo futuro politico tutto in salita per Renzi e il suo
Partito ma che spiegano altresì questo insuccesso elettorale che non si può
archiviare come "debolezze locali" o sterile protesta di estremisti.
Semmai
è proprio il ceto medio, quello che tutto sommato aveva riposto fiducia nella
svolta renziana, che gli ha voltato le spalle e non ha partecipato al voto.
Elementi
su cui dovrebbero riflettere il giovin fiorentino e tutti coloro che ancora gli
prestano incondizionata fiducia.
Gallicus
Pubblicato il 6 giugno 2016
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Giornata dei politologi: oggi hanno di che sbizzarrirsi.
Dopo gli attentati a Parigi del 7 gennaio 2015 ( redazione di Charlie Hebdo) e del 13 novembre (Stade de France - Café Bonne Bière - pizzeria Casa Nostra - teatro Bataclan), tutta l'Europa si era colorata con la bandiera Francese. I politici europei avevano espresso cordoglio per le vittime, la vicinanza dei propri Paesi al popolo francese e promesso che la lotta al terrorismo sarebbe stata intensificata con metodi nuovi e più "intelligenti".
Oggi stiamo rivedendo le stesse scene, sia pure con altra bandiera, per gli attentati di Bruxelles. Espressioni di cordoglio rivolto al Belgio e alle sue (nostre) vittime e riaffermazione di volontà per una più intensa e mirata lotta al terrorismo.
Nel frattempo tutti i Paesi europei hanno aumentato il livello di allarme con il conseguente controllo nei punti più "sensibili" ed esposti. I Social network si riempiono di nero, giallo e rosso, organizzano o fanno eco a sit in e marce silenziose. Il buona sostanza il solito "rituale" scontato.
In contemporanea i mass media si rie3mpiono di "politologi" che cercano di spiegare, arzigogolando, le origini, le conseguenze e, ovviamente, gli errori commessi dall'occidente in questi anni. Gli stessi che messi di fronte alla richiesta di proporre soluzioni sfuggono, limano e si defilano con "se e ma".
Déjà vu, purtroppo, senza alcuna pratica conseguenza. Passato qualche giorno, asciugate le lacrimucce di convenienza, rinchiuse le bandiere nel cassetto e dimenticati i tanti "io c'ero" riferiti ai sit in, tutto ricomincia come prima.
L'Europa tornerà a discutere se Draghi ha ragione o torto nel lasciare invariato il tasso d'interesse della BCE, se la Grecia ha pagato l'ultima rata del debito verso i suoi creditori, se la Turchia ha adottato le misure per relegare in "campi di concentramento" i migranti in fuga (dopo aver spillato all'Europa 6 miliardi di euro) e tanti altri se, come, quando.
Déjà vu, e per dirla in italiano, niente di nuovo sotto il cielo europeo.
Dopo gli attentati a Parigi del 7 gennaio 2015 ( redazione di Charlie Hebdo) e del 13 novembre (Stade de France - Café Bonne Bière - pizzeria Casa Nostra - teatro Bataclan), tutta l'Europa si era colorata con la bandiera Francese. I politici europei avevano espresso cordoglio per le vittime, la vicinanza dei propri Paesi al popolo francese e promesso che la lotta al terrorismo sarebbe stata intensificata con metodi nuovi e più "intelligenti".
Oggi stiamo rivedendo le stesse scene, sia pure con altra bandiera, per gli attentati di Bruxelles. Espressioni di cordoglio rivolto al Belgio e alle sue (nostre) vittime e riaffermazione di volontà per una più intensa e mirata lotta al terrorismo.
Nel frattempo tutti i Paesi europei hanno aumentato il livello di allarme con il conseguente controllo nei punti più "sensibili" ed esposti. I Social network si riempiono di nero, giallo e rosso, organizzano o fanno eco a sit in e marce silenziose. Il buona sostanza il solito "rituale" scontato.
In contemporanea i mass media si rie3mpiono di "politologi" che cercano di spiegare, arzigogolando, le origini, le conseguenze e, ovviamente, gli errori commessi dall'occidente in questi anni. Gli stessi che messi di fronte alla richiesta di proporre soluzioni sfuggono, limano e si defilano con "se e ma".
Déjà vu, purtroppo, senza alcuna pratica conseguenza. Passato qualche giorno, asciugate le lacrimucce di convenienza, rinchiuse le bandiere nel cassetto e dimenticati i tanti "io c'ero" riferiti ai sit in, tutto ricomincia come prima.
L'Europa tornerà a discutere se Draghi ha ragione o torto nel lasciare invariato il tasso d'interesse della BCE, se la Grecia ha pagato l'ultima rata del debito verso i suoi creditori, se la Turchia ha adottato le misure per relegare in "campi di concentramento" i migranti in fuga (dopo aver spillato all'Europa 6 miliardi di euro) e tanti altri se, come, quando.
Déjà vu, e per dirla in italiano, niente di nuovo sotto il cielo europeo.
Pubblicato il 22 marzo 2016
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Centro, destra, sinistra: termini desueti?
Mi viene rimproverato nei miei commenti di carattere politico e partitico, l'utilizzo di termini "ancien régime" nel definire l'immagine delle varie forze politiche secondo la consueta collocazione dei loro deputati negli emicicli parlamentari, distinguendoli, conseguentemente in partiti di centro, destra e sinistra. In alternativa potrei forse raggrupparli in partiti conservatori e riformisti se non fosse per le sfumature, spesse volte quasi impercettibili, che li separano.
Ma se diventa difficile utilizzare termini alternativi, per quanto attiene lo schema parlamentare, diventa ancor più improbabile semplificare la loro collocazione nell'ambito del conservatorismo oppure del riformismo.
Se da un lato è vero che con la caduta delle ideologie, manca un riferimento comprensibile da tutti, magari molto schematico ma efficace nel "distinguere", il vuoto, nell'immaginario collettivo, non è stato occupato dall'idealismo, ovvero dalla visione meno schematica ma più concreta e realista di un futuro secondo le proprie aspettative.
Pensare ad una giustizia fiscale ritengo possa essere un "ideale" condiviso, ma la sua applicazione diventa un muro che divide. Il criterio è scritto nell'articolo 53 della Costituzione della Repubblica Italiana recita: "Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Ed aggiunge: Il sistema tributario è informato a criteri di progressività."
Teoricamente il "riformista", riferendosi all'articolo citato, dovrebbe tramutare in leggi il dettato costituzionale e ogni "vessazione" su coloro che già contribuiscono di fatto dovrebbe essere eliminata. Nella pratica non vediamo alcuna forza politica che abbia la volontà di affrontare con determinazione questo argomento, anzi ad ogni necessità di cassa la leva fiscale aumenta...sempre sui soliti noti.
Sempre teoricamente il "riformista", relativamente all'articolo 32 della Costituzione: "La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività ", nelle leggi di attuazione di tale principi e nella tutela gl'interessi dei cittadini, non dovrebbe inserire forme che possano assumere un "peso tale da determinare la compressione del nucleo irriducibile del diritto alla salute protetto dalla Costituzione come ambito inviolabile della dignità umana". In parole povere ticket (balzelli) che impediscano o riducano l'accesso a farmaci e/o prestazioni sanitarie necessarie all'individuo.
Coloro che contestano lo stato di fatto di questi due esemplificativi argomenti, nell'attuale legiferazione anche da parte del Governo in carica, possono essere definiti "conservatori"?
In buona sostanza, ritornando al termine "ancien régime", citato in apertura, i problemi che ho posto possono esser risolti da chi: dai partiti di centro, destra o sinistra ? Dai conservatori o dai riformisti ? Quale partito, oggi, si può identificare in ciascuno di essi ?
Potrei continuare con altri esempi, ma sarebbe un'inutile sequenza stucchevole tanti sono i casi in cui la "nebbia" politica, nella quale siamo immersi, ci confonde e porta inevitabilmente all'anti partitismo e alla sfiducia in coloro che ci rappresentano, bene o male, in Parlamento.
Per questo motivo sono convinto che non sia questione di "termini" nuovi oppure obsoleti che rimuovono i problemi e le ingiustizie esistenti bensì la necessità di chiarezza, da parte dei Partiti, di esporre la propria visione della società e del percorso che intendono seguire per realizzarla.
Gallicus
Pubblicato il 29 febbraio 2016
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Centro, destra, sinistra: termini desueti?
Mi viene rimproverato nei miei commenti di carattere politico e partitico, l'utilizzo di termini "ancien régime" nel definire l'immagine delle varie forze politiche secondo la consueta collocazione dei loro deputati negli emicicli parlamentari, distinguendoli, conseguentemente in partiti di centro, destra e sinistra. In alternativa potrei forse raggrupparli in partiti conservatori e riformisti se non fosse per le sfumature, spesse volte quasi impercettibili, che li separano.
Ma se diventa difficile utilizzare termini alternativi, per quanto attiene lo schema parlamentare, diventa ancor più improbabile semplificare la loro collocazione nell'ambito del conservatorismo oppure del riformismo.
Se da un lato è vero che con la caduta delle ideologie, manca un riferimento comprensibile da tutti, magari molto schematico ma efficace nel "distinguere", il vuoto, nell'immaginario collettivo, non è stato occupato dall'idealismo, ovvero dalla visione meno schematica ma più concreta e realista di un futuro secondo le proprie aspettative.
Pensare ad una giustizia fiscale ritengo possa essere un "ideale" condiviso, ma la sua applicazione diventa un muro che divide. Il criterio è scritto nell'articolo 53 della Costituzione della Repubblica Italiana recita: "Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Ed aggiunge: Il sistema tributario è informato a criteri di progressività."
Teoricamente il "riformista", riferendosi all'articolo citato, dovrebbe tramutare in leggi il dettato costituzionale e ogni "vessazione" su coloro che già contribuiscono di fatto dovrebbe essere eliminata. Nella pratica non vediamo alcuna forza politica che abbia la volontà di affrontare con determinazione questo argomento, anzi ad ogni necessità di cassa la leva fiscale aumenta...sempre sui soliti noti.
Sempre teoricamente il "riformista", relativamente all'articolo 32 della Costituzione: "La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività ", nelle leggi di attuazione di tale principi e nella tutela gl'interessi dei cittadini, non dovrebbe inserire forme che possano assumere un "peso tale da determinare la compressione del nucleo irriducibile del diritto alla salute protetto dalla Costituzione come ambito inviolabile della dignità umana". In parole povere ticket (balzelli) che impediscano o riducano l'accesso a farmaci e/o prestazioni sanitarie necessarie all'individuo.
Coloro che contestano lo stato di fatto di questi due esemplificativi argomenti, nell'attuale legiferazione anche da parte del Governo in carica, possono essere definiti "conservatori"?
In buona sostanza, ritornando al termine "ancien régime", citato in apertura, i problemi che ho posto possono esser risolti da chi: dai partiti di centro, destra o sinistra ? Dai conservatori o dai riformisti ? Quale partito, oggi, si può identificare in ciascuno di essi ?
Potrei continuare con altri esempi, ma sarebbe un'inutile sequenza stucchevole tanti sono i casi in cui la "nebbia" politica, nella quale siamo immersi, ci confonde e porta inevitabilmente all'anti partitismo e alla sfiducia in coloro che ci rappresentano, bene o male, in Parlamento.
Per questo motivo sono convinto che non sia questione di "termini" nuovi oppure obsoleti che rimuovono i problemi e le ingiustizie esistenti bensì la necessità di chiarezza, da parte dei Partiti, di esporre la propria visione della società e del percorso che intendono seguire per realizzarla.
Gallicus
Pubblicato il 29 febbraio 2016
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